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La Città dei miracoli
Enzo Alessi
2004
TANU MUNNIZZA La frana arrivò in una giornata di metà luglio. Una di quelle calde giornate agrigentine che fin dall’alba fa mancare il respiro con il vento di scirocco che viene dal mare africano. La traditora sbommicò dal fondo della terra come un lunghissimo serpente che si sveglia all’improvviso. Nessun avviso, niente segnali nei giorni o nelle ore precedenti che potessero giudiziosamente preavvertire i girgintani. E se in qualunque parte del mondo quell’arrivo a tradimento avrebbe creato panico, nella città di Pirandello era doppio tradimento; perché coglieva di sorpresa una città addormentata da secoli, una città tarda a svegliarsi nelle coscienze, nelle scelte, financo nel normale esplicarsi fisiologico. E, a pensarci bene, il tradimento fu triplo perché la frana arrivò quando la gente ancora stava a letto. Pochi erano già al lavoro. Quelli che andavano al mercato, lo “scaro”, per comprare frutta o verdura, la gente che aveva necessità di viaggiare e loro, i munnizza, condannati alla levata all’alba per pulire le strade e raccogliere l’immondizia della gente. “Munnizza”. Così la gente chiamava i netturbini della città. Si erano talmente abituati a quel richiamo da impossessarsene. Prima che la gente, scorgendoli, li chiamasse, gli spazzini comunicavano la loro presenza gridando a gran voce “munnizza”. Un grido forte, prolungato, fatto per le vie della città, finché c’era fiato in gola e che svegliava di soprassalto la gente. Quasi una vendetta per quel marchio che li offendeva ma al quale non si ribellavano ed anzi se lo erano cuciti addosso. “Dovete alzare la testa, dovete ribellarvi; fate finta di non sentire e andate avanti” diceva loro quel giovanotto biondo, laureato in legge che, assunto dal Comune come sorvegliante degli spazzini, ne era diventato il sindacalista. Ma era fiato perso. La sera, alla trattoria di Lulla a S. Michele, gli spazzini si ritrovavano dinanzi bicchieri di vino, olive nere e qualche pesce a buon mercato (specialità il sauro, un pesce che costava poco e che l’oste sapeva fare con olio, sale e prezzemolo)...
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